Lettera da Córdoba: l’Esperienza ESC di Antonio in Spagna
Di Antonio Cosentini
Quando lo scorso Ottobre partivo per il mio progetto di volontariato europeo, pensavo fosse una partenza come le altre. Non mi fraintendere: sono una persona che si esalta facilmente e che sogna sempre ad occhi aperti. Ero, ovviamente, eccitato dall’idea di trascorrere i successivi 11 mesi in Spagna. La vedevo, però, come un’altra delle tante partenze a cui mi ero abituato. Sentivo che avrei colto l’opportunità appieno, come avevo già fatto in passato con i vari Erasmus e tirocini all’estero. Non sapevo, però, che sarebbe arrivato un anno che mi avrebbe messo profondamente in discussione.
Ho svolto il mio progetto a Córdoba. Una piccola città dove anche uscire per una passeggiata significa incrociare quasi sicuramente qualche faccia nota. Inutile dire che non era il mio caso e, anzi, rappresentava una sfida inedita: ritrovarsi in un luogo dove una rete così fitta di relazioni tende a fare da barriera al nuovo arrivato; in cui la gente è sempre molto gentile e cordiale, ma in cui ogni interazione fatica ad ingranare e a mettersi sullo stesso piano di quelle che gli abitanti del luogo coltivano fra loro da anni. È così che il copione delle mie prime spese al supermercato o delle visite al parrucchiere era sorprendentemente simile, un misto di genuina curiosità e sospetto che seguiva più o meno le linee del:
“¿De dónde eres?”
“Soy de Italia.”
“Ay qué guay. ¡Se te nota – por el acento!”
“¿Y qué haces por aquí? ¿Trabajas?”
“No, hago un voluntariado europeo.”
“Ah… Entonces, ¿trabajas?”
La mia stessa difficoltà l’ha vissuta, a modo suo, Mojo de Caña, l’organizzazione per cui ho svolto il mio volontariato. Da venticinque anni conduce progetti di inclusione sociale nelle Isole Canarie, ma solo dal 2021 ha aperto una Delegazione in Andalusia, dovendo destreggiarsi in un contesto di organizzazioni già ben radicate nel territorio e con la propria rete di contatti. Ad oggi, posso dire che è stato un privilegio accompagnare Mojo de Caña e la sua squadra durante un anno di crescita e radicamento sul territorio così importante. Al tempo stesso, posso dire di essere riuscito ad integrarmi in una comunità che non mi appartiene per nascita, tanto che, forse, sarebbe ormai opportuno l’uso dell’aggettivo possessivo di prima persona singolare: la mia organizzazione, la mia squadra, la mia comunità!
Potrei scriverti estensivamente di ciascuna delle attività a cui ho contribuito.
Potrei raccontarti, ad esempio, di EU-LAB Córdoba, uno dei primi progetti che abbiamo organizzato, dove abbiamo fornito conoscenze per la progettazione e la gestione del programma Erasmus+ per la mobilità giovanile, e in cui io stesso ho avuto l’opportunità di redigere il mio personalissimo progetto.
Potrei raccontarti del progetto SIMs (Social Inclusion Models), delle interviste che abbiamo condotto con gli enti di inclusione sociale della città, delle buone pratiche che hanno condiviso e dei bisogni di un settore a cui la politica chiede tanto, senza mai assegnare risorse adeguate. Potrei anche parlarti dei due video podcast che abbiamo registrato, del panico che ho provato a gestire l’editing video ed audio, salvo poi scoprire che non era così difficile – è, tra l’altro, anche molto divertente!
Potrei raccontarti di Cycle Goes On, il nostro scambio giovanile a tema educazione mestruale, dove ho gestito autonomamente le pubblicazioni delle attività su un argomento che temevo non mi appartenesse. Invece, è importante che siano anche e soprattutto gli uomini a (dis)imparare sul modo in cui vediamo il ciclo mestruale; sullo stigma, sugli stereotipi e sulla vergogna che ancora circondano un processo così fondamentale della natura femminile (e non solo). Anche perché, come dice una compagna delle Canarie: “We are all here thanks to someone that menstruates!”
Potrei raccontarti delle signore di Días Compartidos, un progetto indirizzato a persone anziane in situazione di solitudine non voluta, dei loro racconti di gioventù e di come, ogni volta che le becco per strada, sempre mi fermano per salutarmi e per chiacchierare un po’. Ti racconterei di Rosa, che ha 94 anni, ma prima di scoprirlo gliene davo massimo 70: sempre prima in fila, impaziente di aspettare le altre, un po’ più lente. Ti racconterei, poi, anche di Raffaella, un’artista a tutto tondo, che sempre mi invita a casa sua per guardare i quadri che lei stessa ha dipinto e le mille piante grasse del suo patio.
Potrei raccontarti del lavoro che ho svolto con i bambini di Fernan Nuñez, di come all’inizio mi veniva così difficile seguire i loro discorsi contorti e in dialetto andalúz, salvo poi migliorare gradualmente col tempo. E ancora, ti racconterei dei due bambini con necessità speciali che sto seguendo: Pablo, lanciatore agonistico di ciabattine oltre i muri ed escapista professionista. Come fai ad arrabbiarti davanti a quel sorriso tanto innocente? E poi Erik, con cui abbiamo inventato un linguaggio tutto nostro per comunicare i nostri bisogni!
Potrei, ancora, raccontarti, delle formazioni all’arrivo e di metà percorso promosse dall’Agenzia Nazionale Spagnola, delle persone che si sono imbarcate in un viaggio simile al mio e con le quali abbiamo condiviso la nostra esperienza, nel bene e nel male. Ti racconterei anche di ATIS TIRMA, dei Sofar Sounds, del Cinema Party, di Inclusionarte, degli incontri nelle scuole…
Se solo bastassero le righe…
Quindi utilizzerò queste ultime per parlarti di un cambiamento personale che ho vissuto a partire dalla seconda metà del mio volontariato. Un progressivo processo di liberazione da tanti aspetti che mi opprimevano da anni: l’ansia all’esprimere i miei bisogni; la tendenza a misurare il mio valore con il metro degli altri; la vergogna nell’esprimere un’opinione che può non piacere a tutti; il modo in cui permettevo al mondo esterno di affibbiarmi un’etichetta e definirmi unicamente sulla base di quella, senza cogliere la complessità che caratterizza la natura umana.
Secondo Murray Bookchin, un autore che mi ha accompagnato in questi ultimi mesi, il dominio degli esseri umani sulla Natura è un risultato diretto del dominio degli esseri umani su altri esseri umani: un dominio che non è insito nella natura umana, bensì è il prodotto della società in cui viviamo, delle gerarchie e dei rapporti di potere a cui soccombiamo. Ti chiederai: “Ma Antonio, cosa c’entra la Natura adesso?”
Ebbene, leggere Bookchin mi ha spinto, a suo modo, in questo processo di liberazione personale e mi ha introdotto ad una fase di fermento ideologico – quanto mi piace questa espressione, fermento ideologico! – che non vivevo dalla mia adolescenza. Mi ha fatto capire che la crisi ecologica è anche e soprattutto una crisi sociale e che le mie ansie non sono il frutto di una macchina rotta quale credevo essere, bensì di un sistema che ci opprime nel nome del potere di pochi. Mi ha fatto capire ciò di cui voglio davvero (tornare a) occuparmi nella vita, ossia l’attivismo ambientalista e la crisi ecologico-sociale, e sento che l’anno appena vissuto mi ha fornito gli strumenti e le competenze per poter riprendere questa strada.
Con molta più consapevolezza del mio valore. Con molta meno vergogna di espormi.
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